Un’altra battaglia di democrazia

Neanche il tempo di rallegrarci per la straordinaria giornata di democrazia che abbiamo vissuto domenica scorsa, che è già tempo di una nuova battaglia.

In un momento di profonda difficoltà economica e politica, la stragrande maggioranza degli italiani ha chiesto a gran voce un sistema istituzionale nel quale la governabilità possa davvero coniugarsi con la partecipazione.

Nel momento in cui il capitalismo dell’era globale mostra tutte le sue incertezze, le persone normali chiedono di poter credere ancora in una democrazia parlamentare inclusiva, più aperta a la loro partecipazione, da tempo intolleranti a delle élites incapaci di indirizzare il paese verso l’interesse comune ed ormai insofferenti ad un falso riformismo dietro il quale si celava unicamente un sistema di potere fine a sé stesso.

Da qui in avanti, la necessaria formazione di un nuovo governo ed il dibattitto sulla legge elettorale impegneranno certamente le strategie dei vari attori politici, in tanti cambieranno idea all’ultimo momento su ogni possibile argomento, qualcuno invocherà le elezioni per reale convinzione, qualcun altro lo farà per un mero calcolo personalistico, altri richiameranno – a torto o a ragione – il senso di responsabilità delle forze politiche.

Ma per chi non ha creduto in Renzi e non spera in Grillo, si apre anche una prospettiva assai più affascinante, quella di provare a costruire insieme la nuova proposta politica del centrodestra, lasciando in secondo piano l’inevitabile fase di incertezza scaturita dall’esito referendario

Lo si dovrà fare discutendo di contenuti e di programmi, e soprattutto parlando ai cittadini un linguaggio di verità, lontano da quelle insopportabili demagogie che si contendono da troppo tempo giornali e televisioni, e che vanno dall’ottimismo narrativo renziano (fondato sulla improbabile verità delle slide declinate in conferenza stampa) alla possibile rinascita post-apocalittica a cinque stelle (fondata sulle intuizioni di un geniale leader occulto chiamato a svolgere il ruolo di webmaster e sulla rassicurante presenza di giovani dirigenti politici sempre più pacati e cortesi).

Ma l’unico modo perché si possa parlare fondatamente di contenuti e di programmi, è quello di coniugare l’unità con la partecipazione, facendo in modo che il dibattitto possa essere il più ampio possibile, ma che si possa poi arrivare alla sintesi: con serietà, con rispetto reciproco e senza personalismi.

Tutto questo presuppone necessariamente che la proposta politica dell’area popolare venga filtrata da elezioni primarie, affinché le idee e le persone su cui il paese si troverà presto o tardi a votare vengano innanzitutto sottoposte al giudizio dei cittadini.

Non sarà facile, perché è impossibile negare che quest’area popolare si è potuta sviluppare in Italia solo grazie al contributo di Silvio Berlusconi, e perché in tanti si sono abituati ad attendere passivamente le indicazioni del fondatore, spesso considerato come l’unico “leader possibile”, per poi abbandonare improvvisamente la ditta, per cercare fortuna altrove, allorquando quelle indicazioni con coincidevano più con i loro desiderata.

Oggi però bisogna pensare in grande, perché non ci è dato sapere quali saranno le vicissitudini politiche più immediate, ma siamo tutti comunque consapevoli che solo una democrazia più inclusiva può salvare il nostro paese.

Per questo non ci interessa parlare del possibile candidato Premier ma del metodo con il quale dovrà essere scelto, perché sarà proprio attraverso il metodo che potremmo riacquistare piena fiducia nelle prospettive politiche del centrodestra, in una logica di grande apertura e di vivace dialettica, ma anche in una prospettiva di profonda unità di intenti.

A chi ha creduto, come noi, nella battaglia per il No, chiediamo oggi il massimo impegno nella battaglia per le primarie: delle primarie aperte a chiunque si riconosce in alcuni valori fondanti da riscrivere insieme, delle primarie trasparenti che vedano emergere delle figure super partes con il ruolo di garanti, delle primarie a doppio turno nelle quali l’auspicabile partecipazione di più candidati non avvenga a discapito della sintesi, e soprattutto delle primarie popolari che stimolino di nuovo i militanti ad accorrere fisicamente nelle sezioni per dare il loro contributo.

Per eleggere, sulla base delle varie proposte e del confronto democratico, il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio, trasformandolo nella necessaria figura di sintesi dell’intera coalizione, lontano da qualsiasi interesse personale o di partito.

E’ soltanto un primo passo, ma vincere questa sfida significherebbe lasciare al paese qualcosa di duraturo, forse di irreversibile.

di Francesco Compagna