Verso le Primarie

Altero Matteoli: non c’è leader, si proceda con #primarie ‘Io mi sono convinto, spero si convinca anche Berlusconi’

“Io sono sempre stato contrario alle primarie, ma un leader non c’è e siccome non vorrei che ci capitasse un Parisi di turno, allora preferisco ricorrere alle primarie. Se potesse candidarsi Berlusconi il problema non ci sarebbe perché è il leader indiscusso ma, allo stato, non può candidarsi e allora dobbiamo pensare a un modo per risolvere il problema. Credo che le primarie servano a questo. Senza entusiasmo, ma credo si debba procedere”. Lo ha detto il senatore Altero Matteoli rispondendo a una domanda a margine di un convegno a Montesilvano. “Questo è un mio parere – ha sottolineato – ci sono altri che lo condividono e altri no ma perché altri aspettano la soluzioni Berlusconi, che rischia però di slittare. Le elezioni le dobbiamo affrontare, un leader lo dobbiamo trovare e se Berlusconi non può candidarsi l’unica strada mi sembra quella delle primarie. Berlusconi è contrario alle primarie, come lo sono io. Ma il problema esiste. Io mi sono convinto, spero che si convinca anche lui”.

Altero Matteoli

Presidente
Fondazione della Libertà per il Bene Comune

Gaetano Quagliariello: il Centrodestra ritorna protagonista

Diciamoci la verità: dopo una lunga traversata nel deserto, ci sono le condizioni per avviarsi a vivere una stagione di protagonismo e rinnovato entusiasmo. L’ordalia referendaria, che nelle intenzioni del promotore avrebbe dovuto “spazzare via” le opposizioni, ha portato in superficie le profonde lacerazioni della sinistra e ricompattato la nostra metà campo. La schiacciante vittoria del No ha confermato molte delle analisi politiche sulle quali ci eravamo ritrovati. Nondimeno, però, la sfida che attende il centrodestra da qui alle prossime elezioni è per certi versi una delle più delicate della pur travagliata storia degli ultimi anni.

Oltre a dover trovare la chiave per ricomporre una lunga diaspora, il centrodestra deve infatti in qualche modo farsi carico anche dei danni prodotti dal centrosinistra e in particolare dal renzismo. La fallimentare strategia del “grillismo di Palazzo”, in nome della quale Matteo Renzi ha pensato di poter inseguire l’antipolitica stando assiso sugli scranni del potere, ha provocato sconquassi tali da spalancare all’antipolitica la strada e regalarle un vantaggio tale che nessuno psicodramma capitolino potrà azzerare. Ed è evidente che dopo aver penalizzato il centrosinistra, questo fenomeno rischia di abbattersi inevitabilmente anche sul centrodestra.

Che fare, dunque? Io credo che il centrodestra debba assumere una prospettiva di tipo gollista. Da un lato ricostruire l’unità della nazione, contribuire alla tessitura di una nuova trama comune a livello tanto sociale quanto politico-istituzionale in un Paese lacerato da una vicenda lunga e sfibrante. Dall’altro deve saper essere orgogliosamente di parte, evitando che questa tensione unitaria non diventi inciucio, opacità, unanimismo.

Affinché l’obiettivo sia perseguibile con speranza di successo, per prima cosa il centrodestra deve dimostrare di saper essere una comunità. In questo senso, il tavolo promosso sul tema della legge elettorale è un metodo apprezzabile da riprodurre anche in altri ambiti. Deve inoltre strutturarsi come una comunità disciplinata da regole non più affidate al caso: le primarie non esauriscono questa esigenza ma sono senz’altro un passo importante. Infine, bisogna coltivare una tensione programmatica e declinarla attraverso battaglie politiche chiare e leggibili agli occhi della gente. Rappresentare una sintesi tra moderatismo e radicalità, in un momento in cui una crisi ormai quasi decennale ha devastato il ceto medio e i “moderati” sono i più arrabbiati di tutti. Individuare l’agenda del XXI secolo e sviluppare il coraggio di analisi nuove su immigrazione, welfare, Europa, politica estera, sfida antropologica.

Regole e contenuti sono il terreno della ripartenza di un centrodestra che sappia essere al tempo stesso molto di parte e molto rassicurante. Che sappia unire il Paese senza smarrire la propria identità e in nome di quella identità ambisca a rappresentarlo.

Gaetano Quagliariello

Senatore Movimento IDEA

Raffaele Fitto: le primarie del Centrodestra, una risposta vincente

Ma il centrodestra che vuole fare da grande? Vuole giocare in difesa, quando è già sotto di due gol? “Difendiamo” la sconfitta? Manteniamo il terzo posto, facendo da spettatori al derby Pd-Cinquestelle? Lasciamo senza risposta un elettorato, il nostro, che sarebbe maggioritario, ma non trova uno sbocco e soprattutto un’offerta politica unitaria e vincente? Sarebbe un delitto, il fallimento di un’intera classe dirigente.

L’alternativa è rappresentata dalle primarie. Uno strumento forte, vincente, sperimentato da sempre negli Stati Uniti, e ora con successo anche in Francia, dove un partito (il più affine a noi, i Repubblicani francesi) era alle corde, e nel breve volgere di due-tre mesi ha saputo rivitalizzarsi, dare vita a un dibattito vero, unirsi al di là delle differenze, ed esprimere un candidato in grado di competere sia con la Le Pen sia con i Socialisti.

Con le primarie ci sono tre vantaggi certi. Primo: unisci davvero uno schieramento, perché chi partecipa alle primarie, poi, non può chiamarsi fuori. Secondo: lo rinnovi dando la parola ai cittadini, agli elettori, uscendo dalla logica dei tavoli e delle stanze chiuse. Terzo: apri la campagna elettorale con mesi di anticipo, conquistando il centro della scena, imponendo ai media di occuparsi della tua agenda, delle tue proposte, delle tue battaglie.

So bene che in Italia le esperienze (quelle della sinistra) non sono state sempre rassicuranti o esenti da errori, tra file di cinesi e elenchi discutibili di votanti. Ma il problema è facilmente risolvibile nel modo che noi proponiamo da mesi: stabilire che possa votare solo chi, insieme al documento di identità, presenta la tessera elettorale.

Il tempo è scaduto. Ora è davvero questione di volontà politica. Propongo a tutti (a Forza Italia, alla Lega, a Fratelli d’Italia, al movimento Idea, a ogni protagonista alternativo alla sinistra e ai Cinquestelle) di fare una cosa semplice, senza aspettare una legge (sarebbe auspicabile, ma, con questi chiari di luna, significherebbe attendere le calende greche): adottare e adattare le regole seguite in Francia.

Servono solo piccoli accorgimenti. Se la legge elettorale italiana resterà a due turni, anche le nostre primarie dovranno ragionevolmente prevedere un ballotaggio, come in Francia. Altrimenti, si proceda a turno unico. Ma si proceda. I nostri elettori hanno aspettato anche troppo.

Si convochi già durante la pausa delle feste una riunione per fissare poche semplici regole. E si scelga una data. Se le elezioni saranno a giugno, le nostre primarie dovranno tenersi a fine marzo-primi di aprile. Se invece le elezioni fossero a febbraio 2018, stabiliamo fin d’ora che le nostre primarie si tengano a novembre del 2017. Prepariamo entrambe le ipotesi. E, appena ci sarà certezza sul calendario politico, si proceda.

Altrimenti, rischieremo di assomigliare a Renzi e alla Boschi, che avevano promesso di andarsene, e invece stanno ancora lì. Guai a noi se, dopo aver promesso di rilanciare il centrodestra, ci ritroveremo a tradire questo impegno. Gli elettori – giustamente – non ce lo perdoneranno.

Raffaele Fitto

promotore della Convenzione Blu, leader Conservatori e Riformisti, Vicepresidente Gruppo europeo Ecr

Giorgia Meloni: sia il Popolo Sovrano a decidere

La vittoria schiacciante del no al referendum costituzionale, le dimissioni di Matteo Renzi e l’insediamento del quarto governo di fila non eletto dal popolo hanno aperto una stagione nuova per la politica italiana. I mesi che abbiamo davanti saranno decisivi per delineare il futuro della nostra Nazione, scegliere le priorità da affrontare e conoscere gli schieramenti in campo.

Noi vogliamo partire da un punto fermo. Il 4 dicembre è arrivato un messaggio chiaro: gli italiani non vogliono più essere governati da Esecutivi frutto di inciuci e che sono al servizio di lobby e poteri forti. Il popolo vuole riappropriarsi della sua sovranità e pretende di tornare ad esercitare un suo sacrosanto diritto: scegliere un governo capace di fare i suoi interessi e che dica chiaramente “prima gli italiani”.

Gli italiani chiedono più sovranità, più potere, più diritti. È una richiesta che la politica non può ignorare, che noi per primi abbiamo il dovere di raccogliere e che porteremo in piazza il prossimo 22 gennaio in una grande mobilitazione alla quale abbiamo chiamato a partecipare tutti gli italiani. Questo è il tempo per ricostruire e dare spazio e forza ad una proposta politica completamente nuova fondata sulla sovranità, sull’interesse nazionale e sui diritti e bisogni dei cittadini. Perché noi siamo convinti che solo una proposta politica di questo tipo sia capace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo, dall’immigrazione incontrollata al rapporto con l’Islam, e lo scontro epocale che si sta consumando in Occidente tra chi difende gli interessi delle élite e chi si schiera con i popoli e l’economia reale.

Noi vogliamo stare dalla parte del popolo e vogliamo che sia il popolo sovrano a decidere tutto di questa nuova proposta politica: il programma, la classe dirigente e la leadership. La nostra parola d’ordine deve essere “partecipazione” e la celebrazione delle primarie è la strada giusta da seguire per dare a questa nuova proposta politica la legittimazione popolare di cui ha bisogno.

In questi giorni si discute della modifica della legge elettorale: è questa l’occasione migliore per normare anche le primarie e dare in questo modo la possibilità ai nostri elettori di scegliere come dobbiamo presentarci alle prossime elezioni politiche. Si può fare in tempi rapidi e veloci, basta volerlo. È per questa ragione che FdI ha chiesto la convocazione di un tavolo del centrodestra sulla legge elettorale nel quale sottoporre anche questo aspetto. Il tempo dei vertici e delle segreterie di partito che decidono tutto in nome e per conto degli italiani è finito: Fratelli d’Italia non accetterà mai progetti calati dall’alto e che non abbiano il consenso dei cittadini. La parola deve andare agli italiani e solo loro devono decidere.

Giorgia Meloni

Presidente Fratelli d’Italia

Giovanni Toti: perchè le primarie del Centrodestra

Il centrodestra ha tutto lo spazio politico, le capacità di progetto e di classe dirigente per tornare a essere una coalizione vincente, ma insieme al tesoro dell’esperienza di questi 22 anni occorrono regole e obiettivi nuovi.

Durante tutta la campagna referendaria ci siamo battuti affinchè la riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi non causasse danni irreparabili al paese, tra i quali in primis la limitazione della nostra democrazia. È stata una grande prova di unità del centrodestra, un importante momento costituente della coalizione.

Il recente esempio in Francia ci dimostra come le primarie possano rappresentare una ragione in più per unificare lo schieramento politico e non un elemento divisivo, come troppo spesso è accaduto per il Partito Democratico, all’interno del quale questo tipo di consultazioni non ha prodotto esattamente i risultati sperati, causando al contrario importanti lacerazioni.

Alle elezioni francesi si è registrato un boom di affluenza, quattro milioni e mezzo di cittadini sono andati alle urne per scegliere il loro candidato presidente. Alle primarie hanno partecipato personalità di altissimo livello della Repubblica, un ex presidente, un ex primo ministro, segno che sottoporsi al giudizio del proprio elettorato è un fattore politicamente qualificante anche per candidati di elevato profilo. La necessità di tenere in vita le coalizioni nel nostro paese, garantendo quindi governabilità, passa anche dalla capacità di confrontarsi e dalla volontà di affrontare l’opinione dei propri militanti; parallelamente, l’alta affluenza al voto registrata in occasione del referendum costituzionale ha dimostrato che quella voglia di partecipazione creduta sopita di fatto esiste ancora.

Nell’attuale scenario politico il Parlamento ha un’occasione unica perchè, mentre si dibatte sulla nuova legge elettorale e si mette in discussione anche la legge sui partiti, oggi al Senato, è possibile pensare finalmente di regolare per legge questo sistema. Il centrodestra, dal canto suo, in questo momento più che mai deve saper dimostrare concretezza e unità, scegliendo tutta la sua classe dirigente e le priorità con metodi improntati alla partecipazione, senza però incorrere in inutili lotte intestine e spaccature controproducenti.

Più di molte alchimie costituzionali, con cui spesso la politica ha cercato di rimediare alle proprie incapacità, il lavoro che i partiti devono fare è quello di inventare meccanismi di aggregazione che semplifichino la nostra dialettica democratica e non mandino dispersi 22 anni di bipolarismo in cui, nel bene e nel male, gli elettori hanno potuto scegliere da chi essere governati.

Per sfidare il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle il centrodestra non può presentarsi come una sommatoria di sigle, ma deve avviare un percorso per la costituzione di un contenitore in cui tutte le anime possano sentirsi a casa.

Emblematici in questo senso sono gli esempi dei partiti americani, o quelli del partito Laburista e Conservatore inglesi. All’interno del primo convivono sensibilità diverse, basti pensare a quanta distanza c’è tra le politiche dell’ex leader Tony Blair e le posizioni dell’attuale segretario Jeremy Corbyn. All’interno dei conservatori, nell’ultima campagna referendaria, quella sulla Brexit, abbiamo visto addirittura convivere posizioni diametralmente opposte: quella filo Europa di David Cameron e quella favorevole all’uscita dall’Unione di Boris Johnson. Il voto dei britannici ha prodotto un mutamento di linea politica e persino le dimissioni del Premier, senza sconquassi tra i Tories che, attraverso la loro dialettica interna, hanno trovato nuovi equilibri e assetti di vertice.

Strumenti di democrazia interna nella scelta della linea politica e della classe dirigente sono indispensabili per consentire a tutti di esprimersi al meglio, di sentirsi davvero parte di un progetto e al tempo stesso garantire che la maggioranza possa proporre legittimamente la propria linea, consentendo al contempo autonomia e visibilità alle minoranze, in una sintesi virtuosa capace di neutralizzare le forze centripete della politica.

Giovanni Toti

Governatore Regione Liguria

Mario Mauro: è il Popolo che sceglie la propria guida

Il risultato referendario anche secondo il presidente della Repubblica dice della volontà dell’intera società italiana di essere protagonista dei cambiamenti del nostro tempo. La gente, quella del No come quella del Sì, vuole vedere rappresentati i propri punti di vista ma soprattutto non separa quei giudizi dalla passione che mette nella vita. Sarebbe sbagliato, non solo da parte di chi ha visto infranto il proprio progetto di ingegneria costituzionale, ma anche dei presunti vincitori immaginare una società reale tradita dai conservatorismi e votata all’immobilismo. Nel realismo del giudizio che è stato dato c’è ansia di costruzione che non deve sfuggire alla politica, chiamata non a gestire ma ad “obbedire” alla volontà popolare.

Costruire insomma non può fermarsi a ridiscutere le regole della vita delle istituzioni ma è un tutt’uno con una democrazia sostanziata dalla soluzione dei problemi in un servizio generoso al nostro popolo.

Che amarezza vedere come la classe dirigente di uno dei partiti più suffragati si sia trascinata in un’estenuante lotta per il potere durante l’arco dell’intera legislatura. Marini, Prodi, Bersani, Letta, Renzi stesso: questa è la dolorosa litania di coloro che sono stati sacrificati pensando che il potere nel partito valesse quanto o più del destino della nazione.

Banche, scuola, giovani, lavoro, integrazione, tasse: parole diventate figurine di strategie di comunicazione che nulla hanno concesso in termini di spazio politico alla realtà. Una realtà dolente che chiede buon governo.

In tanti condividevamo un giudizio ad inizio legislatura, motivando la disponibilità ad una grande coalizione: troppo grandi sono gli ostacoli sul cammino dell’Italia! Occorre uno sforzo comune per rimuoverli. Ma la storia successiva ha confuso il varo delle riforme con la creazione di regole che garantiscono al banco di vincere sempre. Il popolo ha reagito recandosi in massa alle urne come non faceva da tempo. Ha difeso come ha potuto libertà e democrazia. Paradossalmente ha rifiutato il populismo dell’antipolitica difendendo le istituzioni, il loro significato, il loro essere garanti e non padrone della vita della gente.

Intervenire oggi qui ha senso se si disegna con pazienza e forza una possibile alternativa e la si indica con umiltà alla gente. Mi rivolgo allora alle forze politiche che nel solco della storia recente del paese ne hanno retto le sorti in alternativa ad una sinistra che oggi appare esageratamente ripiegata sulle proprie lotte intestine. Noi, appunto, non dividiamoci.

L’Italia ha bisogno di un fronte politicamente coeso, in cui ci sia spazio per tutti, che rilanci il senso stesso della sovranità popolare e del ruolo indispensabile della nostra nazione nel contesto euromediterraneo. Impariamo dai nostri errori e da quelli dei nostri avversari: è il popolo che sceglie la propria guida. Stiamo vicini alla nostra gente, ai loro bisogni. Mostriamoci solleciti e leali con le difficoltà della nazione. Scopriremo che la nostra unità e idee nuove e ben ponderate saranno più utili all’Italia e all’Europa di qualsivoglia concorso di bellezza per la leadership di un perimetro politico, che potrà essere tanto più ampio quanto noi sapremo essere inclusivi.

Mario Mauro

Popolari per l’Italia